Vinitaly, successo per le aziende casertane: ecco il reportage dell’inviato Michele Falco

VERONA – (Michele Falco) Si è conclusa mercoledì 10 aprile, sotto il diluvio, la 53esima edizione del Vinitaly.

L’area di Veronafiere ha visto la partecipazione di oltre 4550 espositori da tutta Italia e dall’estero, di cui oltre una trentina provenienti da Terra di Lavoro, sia in stand singoli che condivisi con la Camera di Commercio provinciale, il consorzio di tutela VITICA e la Coldiretti.

Presenti i nomi di spicco dell’enologia casertana, marchi storici che da oltre un quarto di secolo portano in alto il vessillo della Provincia in giro per lo Stivale e nel Mondo, ma anche tante novità, giovani cantine che si sono affacciate per la prima volta ad una realtà complessa ma affascinante, come quella del Vinitaly. Diverse esperienze interessanti che val la pena di raccontare.

Falerno, Pallagrello, Casavecchia ed Asprinio rappresentano il poker d’assi calato dalle aziende vitivinicole casertane, sempre più attente alla qualità e ad un posizionamento più internazionale di vitigni storicamente rustici che negli anni stanno smussando i loro angoli, anche grazie alla sinergia tra grandi enologi ed agronomi e tutta la passione dei diversi vignaioli che perseguono l’ambizioso progetto di rilanciare quelle vigne, secondo alcuni, addirittura antecedenti all’epoca Romana, e che raggiunsero il massimo splendore sotto la dominazione dei Borbone.

In linea con il trend attuale, molte cantine hanno puntato decisamente sulle bollicine: Asprinio soprattutto ma anche Falanghina, ed i primi esperimenti di vinificazione con rifermentazione in bottiglia (metodo classico) si stanno man mano facendo largo accanto ai canonici metodi charmat, la cui rifermentazione avviene in autoclave per tre/quattro mesi al massimo. Alcune aziende si stanno spingendo fino ai 6/9 mesi, ma se l’Asprino, il ‘fratellino’ del Greco di Tufo, si presta naturalmente a tali percorsi di rifermentazione in bottiglia, data la sua spiccata acidità, ci sarà da lavorare su una bacca decisamente più ‘gentile’ come quella della Falanghina, specie nella varietà casertana.

Restando in tema di bolle, degne di nota sono le ‘creazioni’ di Luca Paparelli, enologo della Tenuta Adolfo Spada di Galluccio, che ha presentato a proprio marchio due spumanti metodo classico: Il ‘Funambolo’, un Asprinio in purezza, ed il ‘Disincanto’, base Falanghina con un 15% di Asprinio. Sorprendenti per equilibrio, distinzione dei vitigni e con ampi margini di evoluzione.

Ma si sta puntando anche su una diversificazione delle colture sul territorio, dove il Piedirosso la sta facendo da padrone; non solo uva da taglio per il più blasonato Falerno, ma anche in purezza come il testimonia il ‘Terra di rosso’ di Galardi, che affianca così alla monoetichetta ‘Terra di Lavoro’ (Aglianico 80% – Piedirosso 20%) una nuova referenza.

O chi, come Cantina di Lisandro, è tra i pochi a coltivare e vinificare il Fiano in provincia di Caserta, pur puntando prevalentemente su Casavecchia e Pallagrello delle colline caiatine, in purezza o in blend. Da rimarcare anche la sperimentazione delle diverse tecniche di affinamento per il Pallagrello ‘Nero di rena’, la cui peculiarità risiede in un triplo affinamento: ai classici acciaio e legno si affianca quello in anfore di creta, in modo da addolcire ulteriormente i tannini.

Positivo il risconto per Vitis Aurunca di Cellole, unica azienda delle Terre del Falerno ad ingentilire con un 15% di Barbera del Sannio il Primitivo; il ‘Mariella’ permane, inoltre, almeno 12 mesi in barrique ed il risultato non può che accostarsi a palati più internazionali. In questo caso la novità riguarda però un rosé: il ‘Federica’, ottenuto da uve Primitivo vinificate in bianco. 

E proprio i rosati non sono di certo mancati nella ‘carta dei vini’: Vigne Chigi di Pontelatone, contrariamente ad altri produttori della DOP e di Terre del Volturno, porta avanti l’ambizioso progetto di vinificare in rosa non il meno tannico Casavecchia, bensì il più corposo e strutturato Pallagrello nero. Strada simile quella perseguita da Sclavia di Liberi, che vinifica però il Casavecchia, chiamato ‘Scirocco’, in onore di Prisco, colui che scoprì il ceppo del vitigno Casavecchia nel Medio Volturno. Merita un assaggio anche il Pallagrello Bianco ‘Don Ferdinando’ che fa barrique di secondo passaggio. 

C’è chi poi fa della tradizione il proprio marchio di fabbrica, come Alois e Vestini Campagnano, maison pioniere del panorama enologico casertano, che si stanno oramai imponendo anche oltre i confini grazie alla qualità delle produzioni di Casavecchia e Pallagrello, sia nero che bianco.

Proseguiamo la carrellata con l’interessante il progetto di Vitematta, nata un lustro fa a Casal di Principe, che su alcuni terreni confiscati alla camorra si occupa del reinserimento di soggetti svantaggiati mediante l’agricoltura e la viticoltura, in simbiosi con la Cooperativa Sociale Eureka Onlus. Oltre ai vitigni principe campani Aglianico e Falanghina, spicca la produzione di uno spumante metodo classico di Asprinio (così come la ‘new entry’ Drengot di Cesa, che realizza bollicine di Asprinio di Aversa extradry, brut e metodo classico).

Tante etichette, anche le più longeve, si stanno dirigendo sempre più verso l’agricoltura biologica e biodinamica; è il caso de Il Verro di Formicola, che ha ottenuto da qualche anno la certificazione biologica e sta puntando fortemente alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, avendo riscoperto anche la Coda di pecora, vitigno antichissimo dell’areale del Monte Maggiore. In occasione della kermesse veneta ha anche promosso un restyling delle etichette.

Tra case a vocazione ‘bio’ troviamo Podere Don Giovanni di Galluccio, I Cacciagalli di Caianello e La Masseria di Sessa su tutti. Quest’ultima in particolare ha proposto uno spumante di Falanghina metodo classico. Il consiglio è prolungare un po’ di più la permanenza sui lieviti, dando la possibilità al vitigno di esprimere totalmente le proprie potenzialità organolettiche.

Un ruolo fondamentale lo ha recitato come sempre il Falerno; tanti produttori ed un solo scopo: rinverdire i fasti della prima denominazione della storia. C’è chi è fortemente legato al territorio come Viticoltori Migliozzi di Carinola e la sua certezza ‘Rampaniuci’, o chi come Antonio Papa, della omonima cantina di Falciano del Massico, differenzia le tipologie per terroir, varietà (Primitivo ed Aglianico) e vigneti: il ‘Conclave’, proveniente da vitigni più giovani, ed il ‘Campantuono’, da vitigni storici. Chiudiamo con Masseria Felicia di Carano di Sessa Aurunca, azienda giovane che da anni è alla ribalta del panorama enologico non solo nazionale. Falerno del Massico da Aglianico e Piedirosso in tre tipologie distinte in base all’invecchiamento: giovane, affinato in barrique di legno ‘Ariapetrina’ e la Riserva ‘Etichetta Bronzo’. Tra tanti rossi spicca però l’ ‘Anthologia’, Falerno del Massico bianco da uve Falanghina.

Non so voi, ma a me comincia un po’ a girar la testa dopo questa miriade di ‘assaggi’.

Non resta che salutarci e rivederci alla prossima manifestazione enogastronomica che vedrà coinvolte le cantine di Terra di Lavoro.